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Emanuela Geri
Docente di Storia del Cinema – Università di
Basilicata
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Il Bella Basilicata
Film Festival 2008: rinnovare l’impegno
Anche quest’anno, come ormai accade con straordinaria
determinazione da cinque anni, il Comune di Bella
propone il Bella Basilicata Film Festival che si
svolgerà dal 27 settembre al 4 ottobre, rilanciando una
nuova declinazione del tema che da sempre lo
contraddistingue, e cioè “Realtà e dramma nel cinema: i
grandi autori e la questione meridionale”. L’usuale
attenzione alla problematiche legate al Sud d’Italia
viene quest’anno ampliata sino a comprendere anche uno
sguardo particolare rivolto a una delle regioni più
contraddittorie del Medio Oriente, con una rassegna dal
titolo eloquente, “Il Sud del mondo: una finestra
sull’Iran”.
La
ricca programmazione si completa, poi, nella giornata di
chiusura, con un omaggio particolare a uno dei registi
italiani che più si impegnò nella denuncia dei malesseri
latenti nella cosiddetta ‘questione meridionale, e cioè
Francesco Rosi, riproponendo uno dei suoi capolavori, e
cioè Cristo si è fermato a Eboli, nella versione
integrale, e una tavola rotonda interamente dedicata a
“Rosi, Levi e la Basilicata”. A latere del festival si
svolge il 1 ottobre anche un convegno dal titolo
eloquente, “Il cinema come promozione culturale e
turistica” e una non-stop di cortometraggi dedicati al
Sud con opere di registi impegnati quali Eva Ciuk, Elisa
Mereghetti, Massimo Mida, e Gianfranco Pannone.
Nuovamente, e con una quasi ostinata determinazione,
dunque, il Bella Film Festival ripropone l’impegno e la
firma autoriale come segni distintivi di una scelta di
promozione cinematografica che vuole farsi presenza di
promozione culturale sul nostro territorio. Lo fa
offrendo una programmazione che ben concilia la
necessità di lanciare o rilanciare autori italiani,
giovani e meno giovani, che con il cinema vanno a
denunciare i malesseri di una democrazia in grave crisi
di identità e di credibilità, quella italiana, con
lavori già noti come lo splendido Gomorra di
Matteo Garrone, uno dei più strabilianti successi di
critica e di botteghino della stagione 2008, ed altri,
forse meno noti ma lo stesso straordinari, come Luna
rossa di Antonio Capuano (2001), opere che vanno a
tracciare un ritratto inclemente della Camorra, della
sua cultura e delle sue connivenze. La sezione italiana
della programmazione si estende a comprendere poi il già
noto Sud di Gabriele Salvatores (1993) e La
terra di Sergio Rubini (2006), due diverse
declinazioni di uno sguardo rivolto alla questione
dell’emigrazione e dei problemi da essa derivanti
dell’integrazione culturale e sociale, per poi
completarsi con lo splendido I Viceré di Roberto
Faenza (2007), adattamento cinematografico del romanzo
di Federico De Roberto, che riconsegna allo spettatore
una delle più disarmanti denunce delle origini tutte
ottocentesche della “questione meridionale”.
Nella sezione “Il Sud del mondo: una finestra
sull’Iran”, il festival presenta opere per lo più
sconosciute al pubblico italiano, ma che con urgenza
riflettono i malesseri di un paese, l’Iran, da tempo
sconvolto da guerre e violente contraddizioni interne, e
ancora incapace di completare con successo quel processo
identitario che lo riconsegnerebbe alla storia come
‘nazione’. In questa prospettiva, forse, meglio si
possono comprendere e apprezzare opere di straordinaria
bellezza quali La mela (1998), film d’esordio di
Samira Makhmalbaf, ed il successivo e bellissimo
Lavagne (2000): in entrambi i lavori la giovane
regista iraniana concentra il suo sguardo sulla
questione minorile, e dunque sui bambini e i ragazzi di
un paese, il suo, l’Iran, dilaniato dalle contraddizioni
derivanti da usi e costumi ancestrali, come accade nel
primo lungometraggio, e da quelle invece derivanti dalla
cultura della guerra in cui ormai sono cresciute più
generazioni, come accade in Lavagne. Quest’ultimo
film, prodotto da Fabrica, la società della famiglia
Benetton, attraverso la storia avvincente dell’incontro
tra un gruppo di ragazzini curdi che vivono del
contrabbando di merci tra Iran e Iraq, e un gruppo di
insegnanti che con le loro lavagne vanno di villaggio in
villaggio nella rocciosa e impervia regione del
Kurdistan, questo film dunque racconta di tutti i popoli
erranti, migranti, e senza terra del mondo, delle loro
sofferenze e del loro inesausto bisogno di uno specchio
in cui riconoscersi. Questa è la grande metafora delle
lavagne di Samira Makhmalbaf, che propongo come chiave
di lettura autorevole e avvincente per meglio
comprendere anche tutti gli altri lavori inclusi in
questa bellissima sezione del Bella Basilicata Film
Festival 2008 interamente dedicata al cinema iraniano.
Ancora una volta, dunque, questo festival ripropone non
solo la questione meridionale come inesausto leit
motif della sua programmazione, ma anche l’impegno,
nella sua declinazione più sincera ed eloquente, come
marca caratteristica della sua presenza sul territorio
della Basilicata, ma anche su quello nazionale.
Emanuela Geri
Docente di Storia del Cinema – Università di Basilicata
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