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Massimiliano Coviello
Dottorando SUM - Università degli Studi di Siena |
Raccontare il
reale: il cinema e la Storia.
Banditi a Milano di Carlo Lizzani (1968) è un film che
solo un giudizio superficiale può ascrivere al quel
filone poliziesco che ebbe forte diffusione e successo
di pubblico tra la fine degli anni settanta e gli anni
ottanta . Soprattutto la prima parte del film si
presenta come una riflessione attenta e ironica su
quella che Pasolini avrebbe definito, qualche anno più
tardi, mutazione antropologica e che stava completamente
stravolgendo la società italiana di quegli anni. La
televisione, i giornali e il cinema, in misura minore,
erano diventati per la società italiana di quegli anni
veri e propri mezzi di comunicazione di massa con una
diffusione capillare su tutto il territorio e una scelta
differenziata.
Il film di Lizzani compie un’inchiesta di forte
interesse sociale e antropologico. Nascosto dietro la
macchina da presa, il regista svolge una serie di
interviste con l’obiettivo di verificare la capacità dei
media di mutare la percezione sociale degli eventi.
Assuefatto l’immaginario, giornali e televisione
proponevano già in quegli anni modelli e stili di vita
prefabbricati, pronti all’uso. Accade così che la
cronaca di un gruppo di efferrati rapinitori di banche
riempe le prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali
e lascia che la paura e il malcontento dilaghino, come
un morbo pestilenziale, in maniera endemica. I
centralini della stazione di polizia sono intasati dalle
telefonate di cittadini impauriti che riconoscono i
banditi sui volti di ogni passante. Trincerati in casa,
sotto assedio anche nel privato, gli individui
“subiscono” il panopticon mediatico che alimenta la
paura e con essa il caos. È emblematica in questo senso
la sequenza in cui il commissario di polizia tenta di
placare la fobia di un’avvenente donna di Lugano. La
ricostruzione della cronaca da parte di Lizzani cela un
discorso teorico che ci sta a cuore e che riguarda
proprio la saturazione dell’immaginario prodotta dai
media e la conseguente incapacità dei corpi sociali a
organizzare le proprie capacità intellettuali oltre che
percettive. Anzi le comunità non sono più tali se non si
legano ad un universo mediatico che di fatto le
istituisce e le rappresenta. E quando questo immaginario
mediatico non c’è, ecco allora che attenti intellettuali
si adoperano con tutte le loro forze per costruirlo e
legittimarlo. Questo il varco aperto dal film di Lizzani
che, sempre in bilico tra finzione e ricostruzione
cronachista – il film racconta la rapina al Banco di
Napoli di Milano del 25 settembre 1967 ad opera della
banda Cavallero -, lascia lo spettatore indeciso,
costretto a riflettere sul suo ruolo di fruitore delle
immagine e sulla funzione che queste immagini avranno in
seno alle sue pratiche sociali.
A trent’anni esatti dal film di Lizzani, il regista
Matteo Garrone mette in scena Gomorra (2008)
dall’omonimo romanzo di Roberto Savaino. Film e libro,
entrambi campioni di incassi nelle sale e nelle
librerie, sono molti distanti tra loro sia a livello
formale che contenutistico. Ma in questa sede non ci
occuperemo delle operazioni traduttive, che il passaggio
da un linguaggio ad un altro hanno richiesto. Ci
interessano piuttosto le modalità con cui il film di
Garrone ri-costruisce la realtà malavitosa dell’interland
napoletano. Il film è quasi tutto ambientato tra le
palazzine popolari di Scampia, le Vele. Città stato
impenetrabile per la polizia, tra le sue mura la
malavita gestisce tutti i suoi traffici e, soprattutto,
decide del destino dei suoi abitanti. Mondo a parte, il
sistema mafioso è una micro-società che vive delle sue
regole e impone l’immobilismo. Il destino dei suoi
membri è infatti segnato fin dalla nascita e l’unica via
di scampo praticabile è solo una folle fuga. Proprio per
questo motivo la storia di Ciro e Mario è caratterizzata
dalla violenza e dalla morte. Ma le sequenze dedicate ai
giovani “ribelli” sono anche le uniche girate fuori dal
micro-universo di Scampia.
A livello formale, sia per quanto riguarda la
composizione plastica dell’inquadratura sia per le
modalità di ripresa, il film di Garrone si fa “nel
mezzo”, tra gli abitanti delle Vele di Scampia. Le
inquadrature schiacciano sulla superficie dello schermo
i primi piani di questi personaggi, lasciando spesso
fuori fuoco lo sfondo.
L’elemento centrale, che avvicina i due film e su cui il
nostro discorso teorico sta cercando di costruirsi è
proprio l’irrompere di una mutazione antropologica che
ha travolto le società. Organismo ostile e
autosufficiente, capace di immunizzare le sue parti per
poi condurle verso una lenta eutanasia, il sitema
sociale della malavita - come quello milanese
rappresentato nel film di Lizzani - presenta dei luoghi
di permeabilità, soprattutto nei confronti dell’universo
mass-mediatico. Ecco allora che il film di Garrone non
può più essere un gangster movie a cui la cinematografia
degli ultimi trent’anni ci ha abituati. A proposito del
prologo del film, Garrone afferma: “[…] Sono tutte
decisioni prese frequentando i luoghi di Gomorra,
verificando come anche dal punto di vista antropologico
il corpo dei camorristi sia cambiato negli ultimi anni.
Così come sono cambiati i calciatori, sono mutati i
criminali, influenzati da modelli televisivi diffusi
ovunque” . Il culto per il corpo, che si costruisce
attraverso pratiche dolorose che la macchina da presa di
Garrone ha spesso mostrato , conclude il cammino che
avevamo intrapreso a proposito della costruzione della
realtà sociale attraverso i mass media. I clichè
proposti e prefabbricati producono modelli
comportamentali asfittici e ripetitivi, soffocanti per
l’immaginario sociale.
La quinta edizione del Bella Basilicata Film Festival
si propone di riflettere sulla costruzione del reale
per mezzo del dispositivo cinematografico. Per questo i
film proposti nella rassegna si distanziano dalla mera
riproducibilità dei costumi e dei comportamenti sociali,
per interrogarsi sulla costruzione del campo del reale
all’interno del linguaggio cinematografico. Tale
costruzione richiede una serie di operazioni di
“incornciamento” che si distanziano dal realismo
cinematografico inteso come genere, stile di scrittura.
Infatti lo spazio del reale si configura attraverso un
doppio movimento: la riduzione del cinematografico al
reale e l’espansione del reale nel cinematografico. “Far
espandere la realtà sociale nello spazio cinematografico
e allargare lo spazio del reale nella messa in scena
filmica non vuol dire far coincidere cinema e realtà
senza mediazioni o con la sola mediazione costituita
dalla ˝riduzione a immagine˝ del mondo così come si vede
e così come si presenta nella vita quotidiana dei
soggetti. Significa anche modificare il linguaggio
cinematografico in relazione alla nuova apertura di
campo della cultura; vale a dire, in relazione alla
definizione di ˝campo del reale˝ che la cultura e il
linguaggio consentono. In qualche modo vuol dire anche
far pendere la bilancia dalla parte del linguaggio
cinematografico piuttosto che dalla parte dei codici
filmici e dei ˝generi˝ cinematografici” .
La filmografia di questa quinta edizione attraversa la
storia del cinema italiano proponendo una riflessione
attenta su un tema storico di bruciante attualità: la
questione meridionale. Affrontando quest’ultima in modo
esplicitamente anacronistico e riportandola
all’attualità, il divario socio-politico che affligge il
Meridione d’Italia si allarga al così detto “Sud del
mondo”. Ed è proprio nella filmografia dei cineasti
iraniani che possiamo rinvenire un’analisi e un’attenta
rilettura dei materiali della realtà storica. La
funzione testimoniale del cinema o, per dirla con
Godard, la sovrapposizione tra la Storia del cinema e la
Storia del novecento, si manifesta così in tutta la sua
pienezza. Raccontare il reale significherà allora
sovrapporlo al racconto e alla finzione, ri-crearlo
affiancando i fatti all’immaginario non più calpestato
da un’industria culturale onnipresente. Erigere un
racconto possibile sulle ceneri degli avvenimenti è
un’operazione opposta a quella della creazione dei
monumenti. Per questo il cinema è costruzione della
Storia attraverso le storie, apertura a quel fuori campo
delle immagini mai raggiungibile, apertura verso lo
spettatore.
Massimiliano Coviello
Dottorando SUM - Università degli Studi di Siena
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