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Rocco Brancati
Giornalista RAI |
IL
DOCUMENTARIO D’AUTORE IN BASILICATA
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta sono
stati realizzati, in Basilicata, decine e decine di
documentari. Grandi cineasti di fama mondiale, come
l’olandese Joris Ivens o affermati registi italiani, da
Carlo Lizzani (Nel mezzogiorno qualcosa è cambiato) a
Camillo Mastrocinque (Oltre Eboli) a Michele Gandin
(Cristo non si è fermato a Eboli), a Giuseppe Ferrara
(Ch4 sul metano) solo per citarne alcuni, ma anche
esperti documentaristi (basterebbe ricordare nomi come
Lino Miccichè (Sassi ‘63), Luigi Di Gianni (Magia Lucana
ecc.), Mario Carbone (Intellettuali a Potenza), Franco
Pinna (Dalla culla alla bara) e tanti altri hanno
“girato” in Basilicata film-documentari di particolare
interesse.
Un patrimonio filmico che solo di recente si sta
recuperando portandolo all’attenzione del grande
pubblico attraverso una serie di festival
cinematografici a livello nazionale o regionale (come a
Bella).
Si tratta di un cinema documentario d’autore di grande
pregio perchè consente di ricostruire una storia della
Basilicata “per immagini”.
Attraverso questi documentari è possibile ricostruire,
facendo ricorso allo scarso materiale bibliografico
disponibile una delle pagine storiche più importanti del
nostro recente passato: quella legata al mondo
contadino, ai primi anni della industrializzazione, al
fenomeno dell’emigrazione e dello spopolamento dei
piccoli centri abitati..
Ma c’è da chiedersi: in che modo il film-documentario ha
affrontato l’argomento?
C’è intanto da rilevare che, come scrive il regista
Luigi Di Gianni
Il documentario cinematografico in Italia ha sempre
vissuto un’esistenza precaria. Ingiustamente considerato
cinema di serie “B”, è rimasto condizionato da
speculazioni e carenze legislative. Tuttavia, nonostante
la precarietà economica, quando il cinema documentario
era assistito dello Stato, tramite il meccanismo dei
premi di qualità, qualcosa di “decente” è stato fatto e,
soprattutto anche se i margini economici erano
ristretti, la libertà delle scelte artistiche e dei
contenuti poteva dirsi soddisfacente.
Una domanda importante da porsi è anche quella di
chiedersi se il filmato documentario è una testimonianza
dell’autore o piuttosto una testimonianza di massa
riportata dall’autore?
Questo è un problema di metodo. Secondo l’etnografia
contemporanea il “documentatore”, sia esso un
antropologo che scrive o un filmmaker che fa film
etnografici, deve dar voce ai soggetti che osserva, deve
lasciare che i significati dei fatti che vediamo
emergano soprattutto attraverso le parole dei
protagonisti. Allo stesso tempo il filmmaker non può
rinunciare al proprio punto di vista e quindi alla fine
il film è tanto una testimonianza del punto di vista –
implicito o esplicito – dell’autore quanto un discorso
dei soggetti filmati che usano l’occasione del film per
autorappresentarsi.
Il nostro interesse sul documentario d’autore non vuole
guardare con occhio nostalgico ai reperti
dell’archeologia televisiva ma soffermarsi sulla
problematica di quegli anni.
Alla fine degli anni Cinquanta, l’Italia del “miracolo
economico” viveva il tumultuoso e definitivo passaggio
dalla civiltà agricola a quella industriale. Centinaia
di migliaia di contadini meridionali abbandonavano le
proprie terre per trasferirsi nelle città del nord e
diventare operai.
Il tema, in Basilicata, fu “documentato” da uno dei
grandi maestri del cinema mondiale, Joris Ivens, che
nell’episodio I due alberi del lungometraggio L’Italia
non è un Paese povero (1959) si soffermò specificamente
sulla fase di passaggio da una società arcaica contadina
a quella industriale.
Lo stesso Luigi Di Gianni, tra i maggiori cineasti che
operarono in Basilicata in quegli anni, realizzò Viaggio
in Lucania (1965) che, fra tradizioni e denuncia sociale
mostrava come l’industria in Val Basento stava cambiando
la vita e il volto dei piccoli comuni lucani.
Come scrive Italo Moscati:
Ad un certo punto, nel secondo dopoguerra, l’Italia ha
imparato che non c’era un solo tipo di cinema. Fino a
quel momento, se si fa eccezione per le pellicole
sperimentali che impegnavano registi come Luis Bunuel e
artisti come Salvator Dalì, il cinema aveva un unico
volto e un’unica voce. (...) Il cinema ha cominciato ad
avere un valore di “documento” rispetto ad una qualità
estetica.
I documentari realizzati tra gli anni Cinquanta e
Sessanta in Basilicata presentano un passato oggi quasi
dimenticato dove volti, dialetti, costumi, luoghi sacri,
sono in grado di narrare e illustrare allo stesso tempo
la vita di intere comunità.
Le immagini offrono poi una fotografia carica di
espressività e originalità, fortemente “verista” e
“realista” per un viaggio nel passato nella nostra
storia recente.
In particolare Deserto d’uomini di Franco Taviani
(girato ad Aliano, il paese del “Cristo si è fermato a
Eboli”, famoso romanzo di Carlo Levi) racconta di un
piccolo centro abitato rimasto senza uomini, emigrati
per lavoro nelle miniere in Belgio, nelle industrie
della Germania, nel triangolo industriale italiano.
DESERTO DI UOMINI
REGIA DI TAVIANI, FRANCO – ITALIA UNITELEFILM
(PRODUTTORE), 1965
In un paese del meridione interno,
l'esodo ha cancellato la presenza degli uomini. Tra le
strade sconnesse e le case corrose dalla solitudine,
passa soltanto qualche pastore di tanto in tanto. Le
ultime famiglie che sono andate via, sembra quasi siano
fuggite: hanno lasciato le porte delle loro abitazioni
chiuse male ed ora il vento e la pioggia le hanno
scardinate. Alcune donne di un paese vicino sono salite
fino quassù per prendere un po' di roba: tegole, legna,
mattoni. Con gli scialli neri, velocemente si separano
andando di casa in casa. Sul tetto di una casa una donna
svelle con fatica alcune tegole. Nell'interno di una
stanza semioscura una donna anziana sta finendo di
sfasciare una sedia. In un'altra casa una donna sta
cercando di trascinare l'arrugginita testata di un letto
in ferro battuto. In una stanza una vecchietta si è
addormentata, sul gradino di un camino, con in mano un
ritratto della Madonna accecata dalle mosche. Verso il
tramonto, le donne si riuniscono e spingendo avanti un
carretto pieno di "miserie", si avviano verso la valle,
recitando il rosario.
Tra i documentaristi di quegli anni non vanno
dimenticati Gianfranco Mingozzi, Folco Quilici, Franco
Taviani.
Il documentario d’autore, in Basilicata, non consta di
molti corto o lungo-metraggi ma è abbastanza ricco,
almeno per la qualità della produzione.
1.1 Cosa è un documentario?
Il cinema dei documenti lo definiva così
il critico Pietro Pintus . Il filone documentario non è
pero’ rigoglioso in Italia (è molto apprezzato nei paesi
anglosassoni) perché nasce dal “cinegiornale” che non ha
mai goduto da noi buona fama: osteggiato, subito e
guardato spesso con diffidenza.
I cinegiornali dell’Istituto Luce,
inseriti nella famosa “Settimana Incom” fondata nel 1938
e diretta da Sandro Pallavicini (INCOM significa
INdustria COrtometraggi Milano) divennero infatti
strumenti di propaganda politica del fascismo. Caduto il
regime il documentario fu considerato un genere
secondario, inferiore alla fiction, al Cinema di
finzione, recitato dagli attori.
Basil Wright, uno degli esponenti più insigni del cinema
documentario britannico, tra i principali collaboratori
di John Grierson (ritenuto l’inventore del termine
“documentario”) lo definì semplicemente “non fiction”.
Un documentario verrebbe definito come un breve film che
viene proiettato prima del film vero e proprio, come
un’esposizione illustrata di un viaggio, come una
descrizione del modo in cui vengono fatte certe cose,
come un film capace di istruire, come coadiuvatore
dell’insegnamento, come un’interpretazione artistica
della realtà e, per alcuni tecnici di documentari, come
un film fatto da loro. Ma, in effetti, la confusione di
idee intorno a cosa sia o non sia un documentario non ha
molta importanza. (…) Il documentario non è questo o
quel tipo di film, ma semplicemente un metodo per
arrivare all’informazione collettiva. E tale metodo
documentativo deve essere basato su una concezione
funzionale dei bisogni e dei problemi del mondo.
I cineasti degli anni Venti consideravano il
documentario espressione della “poesia” mentre il film
di finzione, con gli attori, era considerata “prosa”.
E, in effetti, la storia del documentario è legata ai
nomi di autentici poeti dell’immagine come Flaherty
(specie in “Nanook” e in “L’uomo di Aran”) o di Ivens
(pensiamo a “Pioggia”) dove l’arte del documentarista ha
raggiunto momenti poetici eccelsi.
Una delle definizioni piu’ interessanti del documentario
l’ha data il regista Carlo Lizzani a Potenza, durante
una intervista televisiva in occasione di Trend Expo
2004: “il documentario è quello che in letteratura si
chiama saggistica mentre la fiction è la narrativa”
E – ha sottolineato in varie circostanze lo storico
Nicola Tranfaglia – oggi non è possibile raccontate
quello che è accaduto nel Novecento o quello che accade
in età contemporanea senza l’ausilio delle immagini. La
fonte storica per antonomasia, la carta scritta, non
basta più. Per questo motivo il documentario, l’immagine
in genere, è diventata il principale mezzo di
comunicazione della nostra epoca.
Quando nasce il genere documentario?
Nei primi del ‘900 l’organizzazione delle
serate cinematografiche è eterogenea. L’attenzione va
allo spettacolo delle figure in movimento e non al
contenuto. Per questo motivo tra il 1910-20 si avverte
la necessità di una utilità sociale del cinema come
strumento di indagine della realtà. Lo testimoniano le
grandi compagnie industriali che commissionano
cortometraggi a scopo didattico e pubblicitario mentre
le grandi società di esportazione commissionano
cortometraggi a scopo scientifico.
Dall’unione delle due istanze nasce il genere
documentario anche se non è ancora formalmente
esplicitato.
I pionieri: Robert Flaherty Nel 1920 la Revillon Freres
(industria di pellicce) commissiona a Flaherty un
lungometraggio sugli eschimesi. Nanook of the North
viene girato senza testi e senza sceneggiatura. Flaherty
rimane ben 8 mesi con gli eschimesi.
Nel 1923 Flaherty (è il periodo polinesiano) gira Moana.
Il film viene definito per la prima volta da John
Grierson, un “documentario” perché la tecnica
cinematografica flahertiana è quella di assecondare il
ritmo della vita, con montaggi rispettosi del ritmo
dell’esistenza umana.
Nel 1934 Flaherty firma L’uomo di Aran e tre anni dopo
“Elephant Boy”.
Flaherty fa cinema attraverso una profonda ispezione dei
personaggi, con lo scopo di conoscerli e non di farli
recitare. Sempre Flaherty è un antesignano del
documentario turistico e il primo documentarista
antropologo della storia del cinema. La sua tecnica
cinematografica è al servizio del paesaggio e dei
personaggi e non delle esigenze narrative. Per questo
motivo gli insuccessi commerciali di Flaherty dipendono
dalle sue scarse concessioni alla fiction e alle
esigenze drammaturgiche.
La macchina da presa è la grande penna nel mondo
contemporaneo ed è un peccato che non se ne utilizzino
pienamente le possibilità. L’uomo ha cominciato a
comunicare le sue idee proprio con le immagini; nel
ventesimo secolo ha scoperto che le immagini in
movimento consentono un più verosimile e più
comprensibile sistema di comunicazione, rispeto alla
parola stampata. Il film ha dato all’umanità il suo
primo linguaggio universale.
I pionieri: Joris Ivens. Nato nel 1898 è,
nella storia del cinema, riconosciuto come il più grande
documentarista politico di tutti i tempi. La sua
cinepresa ha seguito per oltre cinquant’anni il
susseguirsi delle esperienze rivoluzionarie del
proletariato mondiale: dalla guerra di Spagna alal
vittoriosa lotta dei popoli indocinesi, dalla “lunga
marcia” del popolo cinese alle fabbriche sovietiche dopo
la Rivoluzione alle esperienze rivoluzionarie cubana e
cilena. In Basilicata Ivens girò, su incarico di Enrico
Mattei “I due alberi” (1959) parte del documentario
“L’Italia non è un paese povero” che fu censurato dalla
Rai e mai mandato in onda.
Definizione del genere documentario
John Griergson dunque fu il primo a
definire il genere “documentario”. Griergson è l’uomo
che studia l’impatto che i media hanno sulla formazione
dell’opinione pubblica. Nel 1924 durante la sua
permanenza negli Stati Uniti vede nel cinema un media di
grande suggestione socio-culturale.
Nel 1925, dopo aver visto “Moana” di Flaherty, conia
l’aggettivo “documentario” per indicare il cinema della
realtà. Per questo motivo fonda la Film Unit, unità al
servizio del Dipartimento per il trasporto delle derrate
alimentari del Governo britannico. Lo scopo è quello di
produrre film documentari.
Grierson dopo l’esperienza in Usa ritiene che il cinema
possa aiutare il processo di formazione di un buon
cittadino nello Stato liberale. Diventato capo
carismatico del panorama cinematografico inglese, nel
1919 filma “Drifters” e negli anni Trenta la Film Unit è
all’apice dell’attività con più di 300 titoli in tre
anni. Nel 1935 si trasferisce in Canada dove continua la
sua attività.
Qual è la teoria del documentario griersoniano?
“Noi crediamo – scriveva – che dalla
capacità che il cinema possiede di guardare gli
avvenimenti della vita vera, si possa ricavare una nuova
e vitale forma d’arte. Noi crediamo che l’attore
originale o autentico e la scena originale o autentica
costituiscano la guida migliore per interpretare il
mondo moderno. Noi crediamo che la materia e i soggetti
trovati sul posto siano più belli (più reali, in senso
filosofico) di tutto ciò che nasce dalla recitazione”.
Con Grierson il documentario esplica la sua funzione.
Grande produzione di opuscoli, saggi teorici, interventi
a sostegno della missione documentaria. La Film Unit
diventa un collettore di finanziamenti per produzioni
diversificate. Da tutto il mondo registi vengono a
lavorare in Inghilterra, dove le condizioni sono ideali
per una libera espressione. Nel 1934 la Film Unit viene
sciolta e assorbita dalla GPO (Ente Postale) ma con
Grierson il documentario è diventato già uno strumento
didattico e di educazione.
Gli albori del documentario
Fu Georges Méliès, nel 1899, agli albori
dell’industria cinematografica a realizzare il primo
documentario della storia. Prendendo spunto da un fatto
di cronaca, Méliès dedicò al famoso “Affaire Dreyfuss”
(la vicenda dell’ufficiale francese accusato
ingiustamente di spionaggio nel 1894) il suo
“cortometraggio”.
Due anni prima, nel 1897, i fratelli Theophile e Charles
Pathé avevano fondato una società (La Pathé Frères) che
si proponeva lo sviluppo della nascente industria
cinematografica. Con l’aiuto di Victor Continsouza
misero a punto un nuovo congegno per trasmettere film.
Il primo “filmino” mai proiettato si intitolava
“L’arrivo di un treno alla stazione di Vincennes”, ad
imitazione di un soggetto dei fratelli Lumière (1895) ma
fu proprio nel 1899 con Georges Méliès che la “Pathè
Frères” cominciò ad occuparsi di venti storici
contemporanei come “L’Affaire Dreyfuss” o “La guerra tra
Russia e Giappone”. I loro documentari divennero
periodici, in Francia il “Pathé Journal”, in Gran
Bretagna la “Pathé Gazette” e in America il “Pathè
Weekly”. Nel 1906 i due fratelli decisero di costruire a
Jonville una gigantesca fabbrica dove si producevano
film, documentari e materiali per il cinema e nel 1919
la società poteva contare su ben 5 mila dipendenti solo
in Francia e 1500 in altri Paesi.
Nel 1921 la Pathé iniziò la produzione di film nel
formato 9,5mm, che aveva la particolarità di avere i
fori nel centro; contemporaneamente la società mise in
vendita l’apposito proiettore, denominato “Pathé Baby”.
Due anni dopo, nel 1923 nasceva la prima cinepresa:
pesava poco più di mezzo chilo (0,650) ed aveva misure
contenute (42x105x100), era munita di un obbiettivo
Roussel Kynor 1:3,5/20 mm., era fatta di bachelite (dal
nome del suo inventore belga Leo Hendrik Baekeland) e
poteva contenere una pellicola di 8,5 metri.
Il documentario oggi
Il documentario è un “documento”. Nel
1949 Lucien Febvre lo definiva in questo modo:
“documento è ogni segno lasciato dall’uomo. Tutto ciò
che, appartenendo all’uomo, dimostra la presenza,
l’attività, i gusti, i modi di essere dell’uomo”.
La regola documentaristica tuttavia non è rigida: la
prassi documentaria ammette di fatto contaminazioni con
altri generi televisivi e cinematografici. Inoltre
l’evoluzione tecnologica ha cambiato e sta cambiando i
modi di fare documentari. L’industria televisiva e
quella cinematografica ammettono contaminazioni tra
documentari e fiction.
Antecedenti del documentario: la pittura
Nel ‘600 si scoprì che l’arte non doveva
servire solo a narrare la storia sacra (in aula abbiamo
visto il documentario su Giovanni De Gregorio detto il
Pietrafesa) ma poteva rispecchiare un frammento del
mondo reale.
E’ a questo punto, e dopo questa considerazione che
l’opera umana diventa elemento caratteristico del
paesaggio ed entra prepotentemente nella categoria del
“bello pittorico” (pensiamo a Micco Spataro e alla sua
“Eruzione del Vesuvio” del 1631)
Nel ‘700 le “vedute” (celebri quelle di Cassiano da
Silva, il famoso incisore del Pacichelli autore dei tre
volumi “Il Regno di Napoli in prospettiva” pubblicati
postumi nel 1703) il paesaggio diventa documentarismo
compiuto.
Nell’800 l’adesione alla realtà non è più un metodo di
valutazione dell’abilita pittorica perché nasce la
fotografia; la fotografia si impone come “media”
borghese e si diffonde su larga scala. Il documentarismo
fotografico nasce nel 1859 con il primo reportage di
Roger Fenton sul fronte della guerra in Crimea, inviato
dal “Times” di Londra. La fotografia inizia ad essere
organica all’informazione. John Thomson e Adolph Smith
nel 1877 danno alle stampe “Street life in London”,
libro fotografico-documentario sulla vita dei sobborghi
londinesi. Pochi anni dopo, nel 1890 Eugene Atget in
Francia e Henrich Zille in Germania inaugurano la moda
delle “sinfonie metropolitane” fotografiche. Tuttavia il
ritrattiamo fotografico rallenta il processori utilizzo
socio-culturale della fotografia ma alla fine del secolo
nasce il cinema, il problema tecnologico da risolvere è
ora quello di diminuire i tempi di esposizione
fotografica per permettere una sequenza armonica del
movimento. Nasce la cronofotografia e la fotografia
applicata agli studi di biomeccanica. Jules Marey
“filma” una sequenza del volo di un gabbiano.
Il documentario d’autore in Basilicata
Da Carlo Lizzani a Gianfranco Pannone
passando per Joris Ivens, Luigi Di Gianni, Gianfranco
Mingozzi, Folco Quilici, Franco Taviani e pochi altri.
Il documentario d’autore, in Basilicata,
non consta di molti corto o lungo-metraggi ma è
abbastanza ricco, almeno per la qualità della
produzione.
Il documentario d’autore nasce, in Basilicata, con Carlo
Lizzani. E’ il regista romano che, nel 1949, realizza
“Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato”. Il documentario
indaga nel mondo contadino descritto da Carlo Levi per
individuarne le contraddizioni. E’ l’unica volta che i
“Sassi”, i famosi antichi rioni di Matera non sono “un
altro luogo” o una mera scenografia ma “raccontano se
stessi”.
“Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato” è un esempio della
“teoria del documentario” come la definisce Giampaolo
Bernagozzi, vale a dire la teoria della cultura
regionalistica e delle tradizioni popolari.
Nasce da questi presupposti “Nel Mezzogiorno qualcosa è
cambiato” in cui Crotone, Salerno, Bari, Napoli, Matera
e Melissa rappresentano le tappe di quell’assise che
avrebbe dovuto segnare la rinascita del Sud.
Lo scrittore Vasco Pratolini in un saggio
sui rapporti fra letteratura e cinema aveva evidenziato,
in quegli anni, che l’arte del cinema ha il suo
linguaggio particolare, il quale sarà tanto più autonomo
quanto più avrà, per così dire, bruciato le esperienze,
le soluzioni, le tecniche medesime delle arti
preesistenti.
Il lavoro di Lizzani, pur ispirandosi al romanzo di
Levi, si proponeva di “superare” la visione della
cosiddetta “civiltà contadina” per diventare atto di
denuncia di una situazione reale, legata al
sottosviluppo delle “plebi contadine” come le chiamava
Ernesto De Martino, l’antropologo napoletano promotore –
nel corso degli anni Cinquanta – di una serie di
“spedizioni” demo-etno-antropologiche.
...Così gli interni dei Sassi di Matera con animali e
uomini dentro le stesse grotte; così le baracche e le
folle di disoccupati di Crotone, così il mercato degli
stracci a Resina; così l’aprirsi di una nuova coscienza
con l’espropriazione del latifondo della solidarietà di
tutti gli strati del sottoproletariato...
In tutto questo c’è il Meridione che tenta di
emanciparsi ma c’è, soprattutto, in Carlo Lizzani,
l’avvio di un cinema che voleva ripercorrere, in modo
diverso, il cammino e le strade di un’altra Italia. “In
Italia alcuni milioni di uomini e di donne vivono ancora
in stato di superstizione, altrettanti si affidano ad un
incosciente arcano, controriformismo bigottismo. Sono
questi problemi che gravano sulle spalle degli italiani
da vari secoli.”
Il suo documentario, tuttavia, sarà accusato di
“culturame” nonostante “Nel Mezzogiorno qualcosa è
cambiato” diventa il reale in cui si costruiscono tutte
le sequenze, diventa il quotidiano in cui si innestano i
fotogrammi entusiasti di un unanimismo che più tardi
potrà diventare un difetto ma che allora non poteva non
essere l’eco – ancora tutta positiva – delle esperienze
di lotta armata e partigiana contro il nazifascismo.
Ritorna, negli anni ’50, una visione del Meridione
attenta ad evitare l’idilliaco del compianto
precostituito, anche se talvolta la tentazione si fa
pesante e gli slittamenti diventano – se non
macroscopici – almeno pericolosi.
E sempre Vasco Pratolini, nel mettere in evidenza le
affinità e le differenze tra cinema e letteratura, in
rapporto tra il “Cristo si è fermato ad Eboli” e il
documentario di Lizzani “Nel Mezzogiorno qualcosa è
cambiato”, evidenziava:
L’affinità tra film e romanzo si anima nel gioco delle
passioni umane, nel moto del sangue, nel giro stesso del
sole. Nella similare impurità della loro operazione
artistica confusa con la vita, film e romanzo trovano il
loro equilibrio, la distanza e la moralità dei loro
rapporti. Tuttavia, onde placare la tenia dello
spettacolo che lo divora, il film ha intrapreso a
servirsi con troppa disinvoltura alla tavola del
romanzo: inghiotte intere le vivande e intere le
rivomita, sporta l’ospite e se stesso. Perchè l’incontro
sia proficuo occorre che film e romanzo non limitino il
loro sodalizio ad uno scambio di contenuti; si
chiudessero dentro il cerchio di un’omertà
reciprocamente funesta. Le virtù precipue dell’uomo sono
gli errori esiziali dell’altro. Il romanzo contemoraneo
ha innegabilmente mutuato dal film quei valori di
folgorazione, di sana aridità, di rigore narrativo che
sono tra i caratteri più attivi della sua modernità,
senza perciò abdicare dalla sua natura di documento,
disteso a specchio e ad ausilio dell’ininterrotta
avvenuta dell’uomo. Ora, di questa sterminata
esperienza, desunta da una realtà che gli è propria, il
cinema ha il dovere e il diritto di alimentarsi, senza
tuttavia restarne evirato nè tanto meno diventarne il
corifeo. Il ragionamento sui rapporti tra cinema e
letteratura, tra film e romanzo, comincia di qui.
Massimo Mida con “Vita in Lucania”, Salvatore Vento con
“Donne di Lucania”, Luigi Di Gianni con “Nascita e morte
nel meridione” o “Magia Lucana” fino ad arrivare a
Fiorella e Pierluigi Albertoni con “Dolore della
libertà” (che ricostruisce il racconto per immagini
sulle opere di Josè Ortega, il quale trasferisce sulla
pietra di Matera tutto il mondo della violenza e degli
oppressi, non esclusa la sua personale vicenda di esule
dalla Spagna, arricchita e “confortata” del commento
scritto e letto da Rafael Alberti) un filo rosso che
percorre una storia del “Documentario d’autore” in
Basilicata negli ultimi cinquant’anni.
Un “filo rosso” legato e non spezzato da altri
documentari (sempre Mida con “La quarta torre di
Matera”) perchè si ritorna con Mingozzi “Profondo Sud.
Viaggio nei luoghi di Ernesto De Martino a vent’anni” o
con “La Lucania di Levi” di Franco Taviani.
Insomma “il cinema dei documenti” sembra caratterizzare
e identificare la vicenda cinematografica in Basilicata.
Un rapporto “specialistico” tra il cinema e la
riflessione storica, nell’arco di oltre mezzo secolo.
L’esame di quei film documentari che in qualche modo,
per l’ampiezza dell’indagine e per la qualità
dell’interpretazione, la scelta e il montaggio del
materiale di repertorio impiegato, rivelino un approccio
agli avvenimenti non superficiale e non occasionale...
Il filone documentario, dunque, più che
la fiction (basterebbe ricordare “Rocco e i suoi
fratelli” di Visconti o “I Basilischi” della Wertmuller)
ha segnato la Basilicata. C’è da osservare comunque che,
dall’avvento della televisione, è stata proprio
quest’ultima a sostituirsi al cinema dedicando sempre
più ampi spazi a rievocazioni storiche e antropologiche.
Ma se le ore televisive in tal senso sono venute via via
aumentando e per l’accoglienza positiva del pubblico che
mostra di gradire molto sul piccolo schermo la
“visualizzazione” della nostra storia, corre l’obbligo
di ricordare che al cinema il genere documentario, nella
sua “specificità” non ha mai goduto buona fama.
Pietre, miracolo e petrolio
L’ultimo “documentario d’autore” girato in Basilicata è
stato “Pietre, miracolo e petrolio” di Gianfranco
Pannone (regista, docente di cinematografia documentaria
all’Università di Roma Tre) e il giornalista lucano
Giovanni Fasanella (inviato del settimanale “Panorama”).
Tre personaggi, tre storie emblematiche della Val
d’Agri, in cui vive una piccola comunità della
Basilicata alle prese con un fatto imprevisto: la
scoperta di un giacimento petrolifero tra i più grandi
del mondo. Evento eccezionale che, per uno strano
scherzo del destino, si à verificato in una delle zone
più incontaminate della regione, proprio all’interno di
un parco naturale. Possono convivere petrolio e
ambiente? A questa e ad altre domande cercano di
rispondere un operatore culturale, Gianni Lacorazza,
l’ex sindaco di Viaggiano Vittorio Prinzi e la titolare
di un’azienda agrituristica, Leggeri.
Si ha l’impressione di un proliferare di
iniziative intorno al “cinema del reale” se si osservano
i lunghi elenchi delle rassegne o competizioni che si
svolgono ogni anno anche in Basilicata. Un fenomeno che
andrebbe in un certo qual modo “ridimensionato” anche se
il settore della documentaristica pare stia per uscire
dal “ghetto” nel quale è rimasto finora confinato.
Non è raro che anche da noi, in Basilicata, si girino
documentari celebrativi o aneddotici rastrellando negli
archivi storici (per esempio l’Istituto Luce). E’ il
caso del documentario sui “Viaggi di De Gasperi in
Basilicata” realizzato dal giornalista Raffaele
Garramone.
A 50 anni dalla morte dello statista trentino il
documentario ha voluto ripercorrere la vita di Alcide De
Gasperi (la più completa biografia filmata resta
tuttavia quella prodotta proprio dall’Istituto Luce
alcuni anni fa e firmata da uno dei padri della
cinematografia mondiale, Roberto Rossellini, dal titolo
“Anno Zero”) ricordando brevemente i tre viaggi compiuti
in Basilicata: nel 1950, nel 1952 e poco prima della
morte, nel 1953.
Anche le società di post-produzione video nate in
Basilicata hanno cominciato a produrre documentari
turistici o storici (la Video System Broadcasting di
Avigliano scalo ha in produzione un DVD sulla vita e
l’opera di Giovanni de Gregorio detto “il pietrafesano”)
mentre a Matera la società “Video Uno” ha realizzato
recentemente sempre un DVD dedicato ai comuni
dell’hinterland materano, dal titolo “Non solo Sassi”
sponsorizzato dal GAL Bradanica.
Insomma un proliferare di iniziative, non sempre di
qualità, che rilanciano il “cinema del reale” in
Basilicata ma soprattutto il settore ibrido della
docu-fiction, come la realizzazione di un film a Rionero
sulla figura dell’eroe castriosta Scandeberg o, a
Matera, sul cosiddetto “Monaco bianco”.
Come pure sono diverse le iniziative legate al Cinema
(sia documentario che di fiction) a cominciare dal Film
Festival di Bella per finire alle iniziative in atto a
Pisticci, Potenza o in altri centri della regione.
Nell’ambito della quinta edizione del “Lucania Film
Festival” è stato presentato il progetto “Il corto non
si è fermato ad Eboli”. A Matera, al teatro Duni, alla
fine del 2004 è stato inoltre presentato un trailer di
10 minuti dei cortometraggi riversati in pellicola per
la distribuzione nelle sale cinematografiche.
Si tenta di rilanciare così la visione dei cortometraggi
nei luoghi deputati alla visione: il cinematografo.
Ma, intanto, il documentario di Pannone “Pietre,
miracolo e petrolio” si riallaccia ad film-documento più
importante mai realizzato in Basilicata: “I due alberi”,
episodio de “L’Italia non è un paese povero” realizzato
nel 1960 da Joris Ivens, uno dei padri della
cinematografia mondiale di tutti i tempi.
Nel 1959 Enrico Mattei, presidente dell’ENI, invitò il
regista olandese Joris Ivens (uno dei padri della
cinematografia mondiale) a realizzare un documentario
sull’estrazione e la raffinazione degli idrocarburi in
Italia, all’indomani della scoperta del metano in Val
Basento. Ivens realizzò il filmato avvalendosi
dell’aiuto di Tinto Brass (assistente alla regia), dei
fratelli Paolo e Vittorio Taviani (sceneggiatura), con
il commento di Alberto Moravia e la voce di Enrico Maria
Salerno.
Il documentario di 110 minuti, girato in 35 mm in tre
parti per la Rai non fu mai visto dal pubblico
televisivo perché un alto dirigente della Rai (Leone
Piccioni, attualmente presidente della giuria della
sez.narrativa del Premio Letterario Basilicata) denunciò
che le immagini di Ferrandina erano false, ricostruite.
Fu il regista tinto Brass a “salvare” il documentario
dalla distruzione. Oggi due copie de “L’Italia non è un
paese povero” sono disponibili presso la Cineteca
Nazionale di Roma.
ANALISI DI UN DOCUMENTARIO
IL MAGGIO DI ACCETTURA - 1969
Super 8 - Colore
REGIA:
MUSICA:
FOTOGRAFIA: Giosuè Musca
MONTAGGIO: Giosuè Musca
ANNO PRODUZIONE: 1969
DURATA:
SINOSSI:
La festa del “Maggio” di Accettura, una
delle più singolari della cultura tradizionale lucana
viene indagata in questo documentario sul versante più
strettamente demologico da Giovanni Battista Bronzini
che diede agli studi folklorici della regione piena
dignità scientifica.
NOTE:
Il documentario è stato ideato e
realizzato nel 1969, nell’ambito di una ricerca
universitaria, dall’antropologo e storico delle
tradizioni popolari Giovanni Battista Bronzini (Matera,
1927 – Bari, 2002). Fondamentale è la sua pubblicazione
Accettura – il contadino – l’albero – il Santo (1979,
Galatina Lecce, Congedo Editore).
Quando nel 1969 mi recai ad Accettura per vedere la
festa del “Maggio” il mio scopo era soltanto conoscitivo
(...) Ma, fin dal primo contatto col mondo popolare
accetturese, con i suoi personaggi (...) subentrò in me
e prevalse l’interesse umano e sociale per questo mondo
così diverso e distante che coglievo in un momento
festivo e che sentii l’urgenza di penetrare nella sua
storia remota e nella sua vita quotidiana...(Dalla
prefazione al volume).
CRITICA:
Gli studi del demologo Giovanni Battista
Bronzini avevano portato alla ribalta, quarant’anni fa,
la festa del maggio di Accettura (MT). Il martedì di
Pentecoste, su un cerro di oltre trenta metri – il
Maggio – viene issato un agrifoglio, la Cima. Innalzati
sulla piazza, Maggio e Cima vengono salutate dal
passaggio della processione religiosa di San
Giuliano...(Nicola Scaldaferri, Santi, alberi, animali e
suoni. Una ricerca sui riti arborei lucani, in corso di
pubblicazione)
L’antico rito arboreo che ogni anno si svolge ad
Accettura, in un lungo arco di tempo che va dalla
Domenica in Albis al giorno del Corpus Domini. Quella di
Accettura non è l’unica festa italiana incentrata
sull’albero, ma su tutte primeggia per la complessità e
la notorietà che le ha conferito il compianto prof.
Giovanni Battista Bronzini che per primo, nel lontano
1969, la studiò sul campo. Allo stesso Bronzini si deve
il progetto di museo dei culti arborei, che a breve sarà
aperto proprio ad Accettura, in cui saranno raccolte
testimonianze, oggetti e materiali riguardanti i “maggi”
italiani ed europei. (Dal quotidiano “La Nuova”,
mercoledì 14 gennaio 2004).
TESTO:
Accettura è un piccolo paese montano
della Basilicata distante 86 km da Matera che è il
capoluogo della provincia. Isolato dalle grandi vie di
comunicazione e circondato da una fitta foresta,
località di allevamento e di caccia di cinghiali, falchi
e sparvieri, il paese sorge su una collina di circa 800
metri di altitudine tra le montagne di Gallipoli e
Montepiano che superano i 1100 metri.
Ha una superficie territoriale di 8927 ettari con una
popolazione residente di circa 4000 abitanti ed una
densità di popolazione di 47.3 Km quadrato. Notevole è
il numero degli emigrati e dei disoccupati.
Ecco come appare Accettura a chi proveniente da Matera
attraversa le valli del Bradano e del Basento; così
apparve a noi la mattina di domenica 25 maggio 1969.
Dalle città italiane del nord, dalla Svizzera e dalla
Germania gli emigrati tornano ad Accettura per
partecipare alla grande festa annuale che si svolge a
maggio in onore di San Giuliano Martire, patrono di
Accettura. Sotto la patina cristiana la festa di San
Giuliano mostra un antico sostrato di festa della
natura. E’ una delle più compatte sopravvivenze di culto
arboreo che trova corrispondenza nelle grandi festa di
primavera e dell’estate d’Europa.
Nella festa di San Giuliano ad Accettura rivive infatti,
quasi intatto, un primitivo rito nuziale tra gli alberi
che è stato solo leggermente scalfito nei suoi elementi
di contorno dalla civiltà moderna.
Il banditore annuncia che in piazza sono arrivati i
venditori di scarpe.
Domenica di Pentecoste
Ci dirigiamo verso il bosco di Gallipoli.
La nostra macchina stà attraversando il letto del
torrente Salandrella. Mentre saliamo sul monte,
attraverso la fitta foresta, udiamo canti e suoni di
fisarmoniche e zampogne. Contadini e massari trasportano
la cima a spalla.
Davanti a tutti l’uomo con la camicia rossa, è Zinzilone
il più forte della comunità, il personaggio centrale e
presente in tutte le fasi della festa.
Giunti sulla strada rotabile i cimaioli cantano e
ballano; il canto e il ballo sono e elementi
propiziatori del rito.
Il corteo dei «cimaioli» procede la marcia verso il
paese che dista quasi 20Km. Mentre il corteo dei «cimaioli»
procede la sua marcia verso Accettura, ci trasferiamo
sull’altra montagna, quella di Montepiano che è dalla
parte opposta, a 7Km dal paese. Contadini con le loro
famiglie, a piedi o su asini e muli vanno incontro al
«maggio».
Una lunga serie di coppie di buoi trasportano i tronchi
prescelti, il più lungo è il «maggio»; gli altri
costituiscono il suo regale corteggio.
Il corteo del «maggio» è preceduto dalla bassa musica di
Turi chiamata in dialetto scasciatammur .
Il maggio quest’anno è lungo 36 metri.
Le famiglie venute incontro al «maggio» ne attendono il
passaggio. In uno spiazzo boscoso, i «maggiaioli» si
riposano e fanno riposare i buoi. Si mangia, si beve e
si canta.
kruscioff è uno dei personaggi principali di Accettura
così chiamato da tutti per la sua somiglianza
nell’aspetto e nei modi con il noto ex primo ministro
sovietico.
Intanto la «cima» è giunta in paese e viene eretta nella
piazzetta di San’Antonio. Intorno alla «cima» che
rappresenta la regina di maggio si balla e si canta in
attesa del re di maggio.
I «maggiaioli» sono giunti intanto alle porte del paese.
In un largo campestre presso il paese viene effettuata
l’inversione dei tronchi ed in particolare del «maggio»
in modo che esso possa essere trasportato per le strette
vie del paese con la sommità in avanti.
E’ già calata la sera quando il «maggio» fa il suo
ingresso nel paese.
Lunedì 26 Maggio 1969
Si lavora l’intera giornata per
l’allestimento del «maggio», sono i preparativi per le
nozze tra i due alberi.
Sul fondo stradale, divelto per un largo tratto, si
infiggono due tronchi che serviranno da appoggio per
l’erezione del«maggio».
Come sempre Zinzilone da il suo vigoroso contributo ai
lavori.
Una piccola processione composta per lo più di donne
anziane vestite di nero e di vecchi, giunge da una
stradina di campagna portando in gran devozione il
quadro se i santi Giovanni e Paolo, i santi della
pioggia, che sono andati a prelevare all’alba in una
lontana cappella.
La processione dei santi Giovanni e Paolo giunge in
paese.
Intanto i lavori per la preparazione del «maggio»
procedono alacremente. Questa è la «cima» adagiata in
una piazzetta in attesa del rito del matrimonio.
Queste sono le «cente», trofei di candele, testimonianza
di devozione popolare. Verso mezzogiorno si muovono
dalla cattedrale la processione religiosa ufficiale,
proceduta da giovanette che portano sul capo le «cente».
Le portatrici di «cente» si fermano d tanto in tanto per
eseguire danze in cerchio cadenzando i passi al ritmo di
una fisarmonica .
Continuano i lavori per la preparazione del«maggio».
Zinzilone da una prova della sua abilità.
Martedì 27 Maggio 1969
Sui marciapiedi della strada principale
si susseguono le bancarelle dei venditori ambulati
convenuti ad Accettura per la festa.
La «cima» viene rimossa dalla facciata del palazzo a cui
era stata adagiata. Zinzilone sale sul balcone, stacca
la fune e discende lungo il muro. Con grande solennità
la «cima» viene portata e spalla nella piazza di San
Vito per essere innestata al «maggio».
L’innesto è curato nei minimi particolari.
Si raccolgono le offerte per sostenere le spese della
festa.
Si praticano dei fori alle estremità dei tronchi del
«maggio» e della «cima» e si infilano dei pioli di
legno.
Ai rami della «cima» vengono appese delle targhette
metalliche contrassegnate da numeri e corrispondenti
agli animali messi in palio per l’albero della cuccagna.
Si inizia la difficile operazione di innalzamento del
«maggio» a cui tutti partecipano tenendo tese le funi da
una lato e dall’altro mentre gli uomini più forti tra
cui Zinzilone fanno girare la ruota.
Il tronco si solleva di una decina di metri ma ad un
tratto si abbatte violentemente al suolo perché la corda
principale si è spezzata.
Sostituita la fune il «maggio» viene eretto.
Zinzilone sale per primo sul «maggio» per sciogliere la
fune e da inizio alle sue prodezze salutando dall’alto
la sua gente.
Intanto la processione di San Giuliano percorre le vie
del paese con tanta gente e molti bambini che indossano
per voto il costume guerresco del santo.
C’è anche chi con lo stendardo sul mento esegue passi di
danza; sono prove di acrobazia che ravvivano la
processione e arricchiscono la carica propiziatoria del
rito.
Nel pomeriggio si svolge la gara del tiro alle tacchette
con fucili da caccia. Si spara a gruppi e con ordine
Al tiro a segno che si protrae fino al tramonto segue la
scalata del «maggio» che è la fase conclusiva e
culminante del rito. Essa verrà compiuta da Zinzilone
che qui simula una certa resistenza. Cio serve a
provocare maggiore ansia e tensione. Dice che non vuol
salire perché le tacchette metalliche che sono troppo
allo scoperto sono state facilmente colpite per cui
rimarrebbe ben poco da raccogliere.
Aiutandosi con una corda tenta di arrampicarvisi
Cafarella, un altro dei principali e più attivi
personaggi della festa.
Il sole è già tramontato quando Zinzilone si lancia sul
tronco. Inizia la scalata, supera Cafarella e raggiunge
la «cima». Dall’alto egli saluterà la sua gente
plaudente.
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